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"...Dopo venti
giorni di Ka-Be, essendosi la mia ferita praticamente rimarginata,
con mio vivo dispiacere sono stato messo in uscita.
La cerimonia è semplice, ma comporta un doloroso e pericoloso
periodo di riassestamento. Chi non dispone di particolari appoggi,
all'uscita dal Ka-Be non viene restituito al suo Block e al suo
Kommando di prima, ma è arruolato, in base a criteri a
me sconosciuti, in una qualsiasi altra baracca e avviato a un
qualsiasi altro lavoro. Di più, dal Ka-Be si esce nudi;
si ricevono vestiti e scarpe "nuovi" (intendo dire,
non quelli lasciati all'ingresso), intorno a cui bisogna adoperarsi
con rapidità e diligenza per adattarli alla propria persona,
il che comporta fatica e spese. Occorre procurarsi daccapo cucchiaio
e coltello; infine, e questa è la circostanza più
grave, ci si trova intrusi in un ambiente sconosciuto, fra compagni
mai visti e ostili, con capi di cui non si conosce il carattere
e da cui quindi è difficile guardarsi.
La facoltà umana di scavarsi una nicchia, di secernere
un guscio, di erigersi intorno una tenue barriera di difesa, anche
in circostanze apparentemente disperate, è stupefacente,
e meriterebbe uno studio approfondito: Si tratta di un prezioso
lavorio di adattamento, in parte passivo e inconscio, e in parte
attivo: di piantare un chiodo sopra la cuccetta per appendervi
le scarpe di notte; di stipulare taciti patti di non aggressione
coi vicini; di intuire e accettare le consuetudini e le leggi
del singolo Kommando e del singolo Block. In virtù di questo
lavoro, dopo qualche settimana si riesce a raggiungere un certo
equilibrio, un certo grado di sicurezza di fronte agli imprevisti;
ci si è fatto un nido, il trauma del travasamento è
superato.
Ma l'uomo che esce dal Ka-Be, nudo e quasi sempre insufficientemente
ristabilito, si sente proiettato nel buio e nel gelo dello spazio
siderale. I pantaloni gli cascano di dosso, le scarpe gli fanno
male, la camicia non ha bottoni. Cerca un contatto umano , e non
trova che schiene voltate. E' inerme e vulnerabile come un neonato,
eppure al mattino dovrà marciare al lavoro.
In queste condizioni mi trovo io quando l'infermiere, dopo i vari
riti amministrativi prescritti, mi ha affidato alle cure del Blockältester
del Block 45. Ma subito un pensiero mi colma di gioia: ho avuto
fortuna, questo è il Block di Alberto!
Alberto è il mio migliore amico. Non ha che ventidue anni,
due meno di me, ma nessuno di noi italiani ha dimostrato capacità
di adattamento simili alle sue. Alberto è entrato in Lager
a testa alta, e vive in Lager illeso e incorrotto. Ha capito prima
di tutti che questa vita è guerra; non si è concesso
indulgenza, non ha perso tempo a recrimininare e a commiserare
sé e gli altri, ma fin dal primo giorno è sceso
in campo. Lo sostengono intelligenza e istinto: ragiona giusto,
spesso non ragiona ed è ugualmente nel giusto. Intende
tutto a volo: non sa che poco francese, e capisce quanto gli dicono
tedeschi e polacchi. Risponde in italiano e a gesti, si fa capire
e subito riesce simpatico. Lotta per la sua vita, eppure è
amico di tutti. "Sa" chi bisogna corrompere, chi bisogna
evitare, chi si può impietosire, a chi si deve resistere.
Eppure (e per questa sua virtù oggi ancora la sua memoria
mi è cara e vicina) non è diventato un tristo. Ho
sempre visto, e ancora vedo in lui, la rara figura dell'uomo forte
e mite, contro cui si spuntano le armi della notte.
Non sono però riuscito a ottenere di dormire in cuccetta
con lui, e neppure Alberto ci è riuscito, quantunque nel
Block 45 egli goda ormai di una certa popolarità. E' peccato,
perché avere un compagno di letto di cui fidarsi, o con
cui almeno ci si possa intendere, è un inestimabile vantaggio;
e inoltre, adesso è inverno, e le notti sono lunghe, e
dal momento che siamo costretti a scambiare sudore, odore e calore
con qualcuno, sotto la stessa coperta e in settanta centimetri
di larghezza, è assai desiderabile che si tratti di un
amico.
D'inverno le notti sono lunghe, e ci è concesso per il
sonno un intervallo di tempo considerevole.
Si spegna a poco a poco il tumulto del Block; da più di
un'ora è terminata la distribuzione del rancio serale,
e soltanto qualche ostinato persiste a grattare il fondo ormai
lucido della gamella, rigirandola minuziosamente sotto la lampada,
con la fronte corrugata per l'attenzione. L'ingegner Kardos gira
per le cuccette a medicare i piedi feriti ed i calli suppurati,
questa è la sua industria; non c'è chi non rinunzi
volentieri ad una fetta di pane, pur che gli venga alleviato il
tormento delle piaghe torpide, che sanguinano ad ogni passo per
tutta la giornata, ed in questo modo, onestamente, l'ingegner
Kardos ha risolto il problema di vivere.
Dalla porticina posteriore, di nascosto e guardandosi attorno
con cautela, è entrato il cantastorie. Si è seduto
sulla cuccetta di Wachsmann, e subito gli si è raccolta
attorno una piccola folla attenta e silenziosa. Lui canta una
interminabile rapsodia yiddish, sempre la stessa, in quartine
rimate, di una melanconia rassegnata e penetrante (o forse tale
la ricordo perché allora ed in quel luogo l'ho udita?);
dalle poche parole che capisco, dev'essere una canzone da lui
stesso composta, dove ha racchiuso tutta la vita del Lager, nei
più minuti particolari. Qualcuno è generoso, e rimunera
il cantastorie con un pizzico di tabacco o una gugliata di filo;
altri ascoltano assorti, ma non dànno nulla.
Risuona ancora improvviso il richiamo per l'ultima funzione della
giornata: - Wer hat kaputt die Schuhe? - (chi ha le scarpe rotte?)
e subito si scatena il fragore dei quaranta o cinquanta pretendenti
al cambio, i quali si precipitano verso il Tagesraum con furia
disperata, ben sapendo che soltanto i dieci primi arrivati, nella
migliore delle ipotesi, saranno soddisfatti.
Poi è la quiete: La luce si spegne una prima volta, per
pochi secondi, per avvisare i sarti di riporre il preziosissimo
ago e il filo; poi suona lontano la campana, e allora si insedia
la guardi di notte e tutte le luci si spengono definitivamente.
Non ci resta che spogliarci e coricarci.
Non so chi sia il mio vicino; non sono neppure sicuro che sia
sempre la stessa persona, perché non l'ho mai visto in
viso se non per qualche attimo nel tumulto della sveglia, in modo
che molto meglio del suo viso conosco il suo dorso e i suoi piedi.
Non lavora nel mio Kommando e viene in cuccetta solo al momento
del silenzio; si avvoltola nella coperta, mi spinge da parte con
un colpo delle anche ossute, mi volge il dorso e comincia subito
a russare. Schiena contro schiena, io mi adopero per conquistarmi
una superficie ragionevole di pagliericcio; esercito colle reni
una pressione progressiva contro le sue reni, poi mi rigiro e
provo a spingere colle ginocchia, gli prendo le caviglie e cerco
di sistemarle un po' più in là in modo da non avere
i suoi piedi accanto al viso: ma tutto è inutile, è
molto più pesante di me e sembra pietrificato dal sonno.
Allora io mi adatto a giacere così costretto all'immobilità,
per metà sulla sponda di legno. Tuttavia sono così
stanco e stordito che in breve scivolo anch'io nel sonno, e mi
pare di dormire sui binari del treno.
Il treno sta per arrivare: si sente ansare la locomotiva, la quale
è il mio vicino. [...] questo fischio lontano sono sicuro
che è vero, non viene dalla locomotiva sognata, è
risuonato oggettivamente: è il fischio della Decauville,
viene dal cantiere che lavora anche di notte. [...]
Qui c'è mia sorella, e qualche mio amico non precisato,
e molta altra gente. Tutti mi stanno ascoltando, e io sto raccontando
proprio questo: il fischio su tre note, il letto dure, il mio
vicino che io vorrei spostare, ma ho paura di svegliarlo perché
è più forte di me. Racconto anche diffusamente della
nostra fame, e del controllo d3ei pidocchi, e del Kapo che mi
ha percosso sul naso e poi mi ha mandato a lavarmi perché
sanguinavo. E' un godimento intenso, fisico, inesprimibile, essere
nella mia casa, fra persone amiche, e avere tante cose da raccontare:
ma non posso non accorgermi che i miei ascoltatori non mi seguono.
Anzi, essi sono del tutto indifferenti: parlano confusamente d'altro
fra di loro, come se io non ci fossi. Mia sorella mi guarda, si
alza e se ne va senza far parola.
Allora nasce in me una pena desolata, come certi dolori appena
ricordati della prima infanzia: è dolore allo stato puro,
non temperato dal senso della realtà e dalla intrusione
di circostanze estranee, simili a quelli per cui i bambini piangono;
ed è meglio per me risalire ancora una volta in superficie,
ma questa volta apro deliberatamente gli occhi, per avere di fronte
a me stesso una garanzia di essere effettivamente sveglio.
Il sogno mi sta davanti, ancora caldo, e io benché sveglio,
sono tuttora pieno della sua angoscia: e allora mi ricordo che
questo non è un sogno qualunque, ma che da quando sono
qui l'ho già sognato, non una ma molte volte, con poche
variazioni di ambiente e di particolari. Ora sono in piena lucidità,
e mi rammento anche di averlo già raccontato ad Alberto,
e che lui mi ha confidato, con mia meraviglia, che questo è
anche il suo sogno, e il sogno di molti altri, forse di tutti.
Perché questo avviene? perché il dolore di tutti
i giorni si traduce nei nostri sogni così costantemente,
nella scena sempre ripetuta della narrazione fatta e non ascoltata?
...Mentre così medito, cerco di profittare dell'intervallo
di veglia per scuotermi di dosso i brandelli di angoscia del sopore
precedente, in modo da non compromettere la qualità del
sonno successivo. Mi rannicchio a sedere nel buio, mi guardi intorno
e tendo l'orecchio.
Si sentono i dormienti respirare e russare, qualcuno geme e parla.
Molti schioccano le labbra e dimenano le mascelle. Sognano di
mangiare: anche questo è un sogno collettivo. E' un sogno
spietato, chi ha creato il mito di Tantalo doveva conoscerlo.
Non si vedono soltanto i cibi, ma si senstono in mano, distinti
e concreti, se ne percepisce l'odore ricco e violento; qualcuno
ce li avvicina fino a toccare le labbra, poi una qualche circostanza,
ogni volta diversa, fa sì che l'atto non vada a compimento.
Allora il sogno si disfa e si scinde nei suoi elementi, ma si
ricompone subito dopo, e ricomincia simile e mutato: e questo
senza tregua, per ognuno di noi, per ogni notte e per tutta la
dura del sonno.
Devono essere passate le ventitre perché già è
intenso l'andirivieni al secchio, accanto alla guardia di notte.
E' un tormento osceno e una vergogna indelebile: ogni due, ogni
tre ore ci dobbiamo alzare, per smaltire la grossa dose di acqua
che di giorno siamo costretti ad assorbire sotto forma di zuppa,
per soddisfare la fame: quella stessa acqua che alla sera ci gonfia
le caviglie e le occhiaie, impartendo a tutte le fisionomie una
deforme rassomiglianza, e la cui eliminazione impone ai reni un
lavoro sfibrante.
Non si tratta solo della processione al secchio; è legge
che l'ultimo utente del secchio medesimo vada a vuotarlo alla
latrina; è legge altresì, che di notte non si esca
dalla baracca se non il tenuta notturna (camicia e mutande), e
consegnando il proprio numero alla guardia. Ne segue, prevedibilmente,
che la guardia notturna cercherà di esonerare dal servizio
i suoi amici, i suoi connazionali, e i prominenti; si aggiunga
ancora che i vecchi del campo hanno talmente affinato i loro sensi
che, pur restando nelle loro cuccette, sono miracolosamente in
grado di distinguere, soltanto in base al suono delle pareti del
secchio, se il livello è o no al limite pericoloso, per
cui riescono quasi sempre a sfuggire alla svuotatura. Perciò
i candidati al servizio del secchio sono, in ogni baracca, un
numero assai limitato, mentre i litri complessivi da eliminare
sono almeno duecento, e il secchio deve quindi essere vuotato
una ventina di volte.
In conclusione è assai grave il rischio che incombe su
di noi, inesperti e non privilegiati, ogni notte, quando la necessità
ci spimge al secchio. Improvvisamente la guardia di notte balza
dal suo angolo e ci agguanta, si scarabocchia il nostro numero,
ci consegna un paio di suole di legno e il secchio, e ci caccia
fuori in mezzo alla neve, tremanti e insonnoliti. A noi tocca
trascinarci fino alla latrina, col secchio che ci urta i polpacci
nudi, disgustosamente caldo; è pieno oltre ogni limite
ragionevole, e inevitabilmente, con le scosse, qualcosa ci trabocca
sui piedi, talché, per quanto questa funzione sia ripugnante,
è pur sempre preferibile esservi comandati noi stessi piuttosto
che il nostro vicino di cuccetta.
Così si trascinano le nostre notti. Il sogno di Tantalo
e il sogno del racconto si inseriscono in un tessuto di immagini
più indistinte: la sofferenza del giorno, composta di fame,
percosse, freddo, fatica, paura e promiscuità, si volge
di notte in incubi informi di inaudita violenza, quali nella vita
libera occorrono solo nelle notti di febbre. Ci si sveglia a ogni
istante, gelidi di terrore, con un sussulto di tutte le membra,
sotto l'impressione di un ordine gridato da una voce piena di
collera, in una lingua incompresa. La processione del secchio
e i tonfi dei calcagni nudi sul legno del pavimento si mutano
in un'altra simbolica processione: siamo noi, grigi e identici,
piccoli come formiche e grandi fino alle stelle, serrati l'uno
contro l'altro, innumerevoli per tutta la pianura fino all'orizzonte;
talora fusi in un'unica sostanza, un impasto angoscioso in cui
ci sentiamo invischiati e soffocati; talora in marcia a cerchio,
senza principio e senza fine, con vertigine accecante e una marea
di nausea che ci sale dai precordi alla gola; finché la
fame, o il freddo, o la pienezza della vescica non convogliano
i sogni entro gli schemi consueti. Cerchiamo invano, quando l'incubo
stesso o il disagio ci svegliano, di districarne gli elementi,
e di ricacciarli separatamente fuori dal campo dell'attenzione
attuale, in modo da difendere il sonno dalla loro intrusione:
non appena gli occhi si richiudono, ancora una volta percepiamo
il nostro cervello mettersi in moto al di fuori del nostro volere;
picchia e ronza, incapace di riposo, fabbrica fantasmi e segni
terribili, e senza posa li disegna e li agita in nebbia grigia
sullo schermo dei sogni.
Ma per tutta la durata della notte, attraverso tutte le alternanze
di sonno, di veglia e di incubo, vigila l'attesa e il terrore
del momento della sveglia: mediante la misteriosa facoltà
che molti conoscono, noi siamo in grado, pur senza orologi, di
prevederne lo scoccare con grande approssimazione. All'ora della
sveglia, che varia da stagione a stagione ma cade sempre assai
prima dell'alba, suona a lungo la campanella del campo, e allora
in ogni baracca la guardia di notte smonta: accende le luci, si
alza, si stira, e pronunzia la condanna di ogni giorno - Aufstehen,
- o più spesso, in polacco: - Wstawac.
Pochissimi attendono dormendo lo Wstawac: è un momento
di pena troppo acuta perché il sonno più duro non
si sciolga al suo approssimarsi. La guardia notturna lo sa, ed
è per questo che non lo pronunzia con tono di comando,
ma con voce piana e sommessa, come di chi sa che l'annunzio troverà
tutte le orecchie tese, e sarà udito e obbedito.
La parola straniera cade come una pietra sul fondo di tutti gli
animi. "Alzarsi": l'illusoria barriera delle coperte
calde, l'esile corazza del sonno, la pur tormentosa evasione notturna,
cadono a pezzi intorno a noi, e ci ritroviamo desti senza remissione,
esposti all'offesa, atrocemente nudi e vulnerabili. Incomincia
un giorno come ogni giorno, lungo a tal segno da non potersene
ragionevolmente concepire la fine, tanto freddo, tanta fame, tanta
fatica ce ne separano: per cui è meglio concentrare l'attenzione
e il desiderio sul blocchetto di pane grigio, che è piccolo,
ma fra un'ora sarà certamente nostro, e per cinque minuti,
finché non l'avremo divorato, costituirà tutto quanto
la legge del luogo ci consente di possedere.
Allo Wstawac si rimette in moto la bufera. L'intera baracca entra
senza transizione in attività frenetica: ognuno si arrampica
su e giù, rifà la cuccetta e cerca contemporaneamente
di vestirsi, in modo da non lasciare nessuno dei suoi oggetti
incustodito; l'atmosfera si riempie di polvere fino a diventare
opaca; i più svelti fendono a gomitate la calca per recarsi
al lavatoio e alla latrina prima che vi si costituisca la coda.
Immediatamente entrano in scena gli scopini, e cacciano tutti
fuori, picchiando e urlando.
Quando io ho rifatto la cuccia e mi sono vestito, scendo sul pavimento
e mi infilo le scarpe. Allora mi si riaprono le piaghe dei piedi,
e incomincia una nuova giornata. |