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PREFAZIONE di F. Di Girolamo:

Ecco una raccolta poetica schietta, ruvida, densa come i cibi naturali, biologici, non trattati con artifici chimici, di cui oggi c'è sempre più un salutare, impellente bisogno.
La cura stilistica non gli è certo estranea, ma questa non diventa mai sterile virtuosismo; qui l'originalità dello stile si manifesta proprio nella dissimulazione del lavoro sul linguaggio, che pure Enrico Pietrangeli
ha operato e con risultati, a mio avviso, notevoli.
Ma è il suo vissuto brulicante ed indocile, così folto di riferimenti esistenziali, culturali e politici di quella generazione che è cresciuta e si è formata negli anni settanta - alla quale Pietrangeli appartiene fino
in fondo - che nei suoi testi dà alla materia poetica un pathos tanto devastante: sono gli aromi aspri vissuti come apertura spregiudicata alle esperienze, i brevi ed intensi amori consumati con intransigente baldanza, le tante amicizie formatesi ed infrantesi con totalizzante spirito cameratesco (o sarebbe forse meglio dire "comunardo").
Si respira un'ansia di rivoluzione privata e quotidiana, rievocata, a distanza di anni, con virile disincanto, non certo con isterico e nostalgico "reducismo".
Mano mano che i nodi lirici si fanno più serrati e brucianti, anche il dettato e la poesia di Pietrangeli, di questa sua cronaca "Di amore, di morte" - titolo da intendersi, naturalmente, come rivisitazione quasi
traslata di due temi letterari tanto canonici - si fa più nervoso e sincopato, rivelando ancora di più la sua intima connessione con quel linguaggio musicale, tanto determinante per la cultura degli anni in
questione, di cui Enrico Pietrangeli è anche appassionato studioso e ricercatore. Nei suoi versi così essenziali e contratti, così disseminati di intermittenze e variazioni, non può non rintracciarsi l'eco delle
atmosfere delle improvvisazioni, degli assolo, di multiformi "distillati" tappeti sonori del mondo musicale giovanile più avanzato di quegli anni, i
tardi anni settanta.
Ma ancor più radicato nella poetica dell'autore è forse il richiamo a certo "maledettismo" francese, soprattutto "baudelairiano", al suo smascheramento
delle tronfie ipocrisie, che a distanza di oltre un secolo hanno cambiato bandiere, ma non certo suadenti lusinghe, seppur miserevoli, per le sempre
in agguato angustie spirituali: "Io resto un libero codardo / abbandonato alla schiava ragione / di ogni anarchico sentimento." E altrove: "E' l'era dei mercanti / che infestano ogni tempio. / Più non risplenda altro oro / se non il padre nostro / primogenito sperma solare."
Ma tutti questi richiami ed ascendenze, contestuali ed espressive, filtrate dalla personale sensibilità poetica dell'autore, trovano una loro intima coerenza ed una loro insospettabile chiave di volta in una allusa, più che enunciata, moralità "orfana", finanche ereticamente cristiana - molto vicina all'inesausto "empirismo eretico" di Pier Paolo Pasolini -
emblematica anch'essa di una generazione non più alla ricerca di effimere paternità putative, non sancite da una autentica e profonda ed ancestrale
identità di sangue: "casa, certo punto di memoria, / dal tuo segreto sorriso sporge / questo mio disordinato archivio."

QUARTA DI COPERTINA di G. Scartaghiande:

Abbiamo tra le mani un piccolo "libro aureo" di rara autenticità. La parola vi sorge e vi si concretizza, come ferma vitalba di idee, in una esemplare zona di contemplazione, dove cuore e ragione vanno insieme, anima e corpo tengono strenuamente ogni loro dato esistenziale, a fronte di qual si voglia alienante reificazione dei linguaggi e delle mitopoiesi letterarie.
Un libro che paga altissimo in termini di impegno personale, che sa ancora far risuonare una voce profetica nel tempio infestato dai mercanti.
Pietrangeli si cala in un punto cruciale dell'attuale "offesa" letteraria all'uomo, lì dove sono stati consumati i misfatti poetico esistenziali dei nostri anni, ed anche prima e oltre. Si fa goccia di sangue viva; persona,
che proprio nell'attraversamento della sua parte di inferno contemporaneo,
ma con un occhio di pietà e di silenzio quasi sbarbariano, non perde di vista quella terra d'innocenza ultima, di quella" terra promessa", già rivelataci da Ungaretti, che è conquista di assiduo lavoro e di libertà. È un libro questo, che ha centrato il tema, che "venera" "Gli dèi immortali anzitutto", o "quindi gli eroi gloriosi" come limpidamente Sbarbaro traduce da Pitagora. E ancora vi si avverte la presenza di un Penna più
intimamente ontologico e fondativo di un pensiero, e meno idillicamente novecentesco o addirittura manierista, da cui Pietrangeli sa trarre un
lessico di alto decoro ed originalità.
TESTI ESTRATTI DALL'OPERA

IL PAZZO

E' un lago fondo e chiaro
d'impeccabile innocenza,
nobile e azzurra vi scorre
pupilla senza più ragione
diritta scorge e solca
remoti labirinti d'animo
e ignudi vermi che siamo
ci voltiamo ignorandolo.

DELL'AMICIZIA


Amico mio eri
quando puzzavi di stalla
e dalle scarpe pendevano
frammenti di sterco secco.
Amico mio eri, al bagno,
seduto al mio fianco,
consumavi i fumetti in fretta.
Quale beato calore
si sprigiona dalla merda!
Solo quei lontani animali
sembrano non averlo rinnegato
e si distendono, a sera,
in un altro strato di lettiera.
Amico mio eri
timido, imbecille e servile,
portavi fiero il dì festivo
i miei pantaloni rammendati
ed ora che non sei,
ora che tu fai da padrone,
ti comporti avaro e schivo:
mi mostri orgoglioso
il tuo nuovo vestito
e ti disegni un sorriso
sull'infame mio destino.

II°
Amici più non siamo
e nel mezzo di un libro
teniamo silenti e appassiti
gli erranti arditi gigli
che un dì eravamo.
Amici più non siamo
e dei tuoi pugni stretti
restano flaccide mani
a palpeggiare denaro
nelle tue antiche tasche
sopra l'evento ricucite:
mai più poeti, insieme,
divorando cielo e stelle
dentro un unico piatto.

A L.A.

Eravamo due sconosciuti vicini,
tanto da concederci un antico gusto
di spiare rumori e persino sospiri;
un insolito vento o l'inaffidabile
pigra mondanità di uccelli urbani
ha disperso i nostri pollini
senza mai tramutarli in frutti
nel comune scorrere di stagioni
vissuto tra le quattro zolle di terra
che dividevano le tue dalle mie radici:
casa, certo punto di memoria,
dal tuo segreto sorriso sporge
questo mio disordinato archivio.

SERIAL TV

Viviamo in uno scudo spaziale,
dentro una fetida e ridicola
astronave in cartapesta,
sopra un avanzo di scena
per vecchio serial televisivo
viviamo, soli e rifugiati,
persino un po' arrangiati
tra immondizie passate
maternamente coccolati.

VARIAZIONI SU GIOVANNI


In principio fu il nulla:
il perfetto infinito onnisciente,
dappoi ebbe a manifestarsi
di perfetto dolce suono
per discendere nel cuore,
sul perfetto, primo elemento.

II°
Verbo fatto ingrata carne:
sangue che discese tenebre
sopra cui nitida risplende
pioggia di negata luce.

III°
Fiducia è la chiave,
amore l'eterna stanza
per i natali in catene
di vil camera oscura
cui assoluto risplende
impresso al negativo.

IV°
E' l'era dei mercanti
che infestano ogni tempio.
Più non risplenda altr'oro
se non il padre nostro
primogenito sperma solare.
Dell'eterno tempio del cuore
incombe su di noi sacerdozio