La lettera che segue è stata scritta da
Ninette, un personaggio femminile del romanzo "Insciallah"
di Oriana Fallaci. Per noi è uno dei più bei messaggi
d'amore che siano mai stati scritti e invitiamo chi ancora non la
conosce a condividere con noi il piacere di leggerla.
"Caro, qualcuno te la tradurrà. e naturalmente mi dispiace
che per conoscerne il contenuto tu debba ricorrere a un interprete
cioè a un testimone, anzi un giudice, della nostra storia.
Se potessi, la scriverei in francese: lingua che so alla perfezione.
Ma non posso. Non voglio, non devo, e non è colpa mia se il
caos del signor Boltzmann include la babele delle lingue: il disordine
che meglio di qualsiasi altro esprime l'esattezza del suo S=K ln W.
L'ho impresso nella memoria, vedi, ti ascoltai bene la notte in cui
me ne parlasti. Registrai tutto: dall'angoscia che ti incutono i latrati
dei cani randagi e i chicchirichì dei galli impazziti all'incubo
della testa decapitata dentro l'elmetto e della bambina schizzata
a capofitto nel water; dalla crisi nella quale ti rotoli col timore
di essere stato ridotto ad un albero nano al sogno di riprender lo
studio della matematica e trovarvi la ricetta per vivere, capire l'incomprensibile,
spiegare l'inspiegabile, insomma la risposta all'S= K ln W. La formula
della vita. Quel lungo discorso fa parte di me, ormai, e dirò
di più: ingelosita dal fascino che il signor Boltzmann esercita
sulla tua mente, ho cercato di scoprire chi fosse costui. Sono stata
in biblioteca e tra le notizie biografiche, nato a Vienna nel 1844,
docente di fisica e matematica all'università di Graz poi di
Monaco eccetera, ho trovato un particolare sconcertante: non morì
di vecchiaia o di malattia. Morì suicida. (In Italia, guarda
che coincidenza. Nel castello di Duino, presso Trieste.) Povero Boltzmann.Forse
non resse alla sconforto d'aver dimostrato ciò che anche i
neonati intuiscono, l'invincibilità dell Morte, e con coerenza
le si consegnò prima del necessario. oppure concluse che oltre
a costituire il traguardo inevitabile di qualsiasi cosa o creatura
la Morte è un sollievo, un riposo, e le andò incontro
per impazienza. Stanchezza. Mi chiedo se potrei imitarlo. E sebbene
non escluda che in alcuni casi la Morte sia in grado di offrire riposo
e sollievo, sebbene ciò che si pensa o si desidera oggi non
corrisponda spesso a ciò che si pensa o si desidera domani
e ogni domani sia una trappola di cattive sorprese, Mi rispondo di
no. Non credo che potrei imitarlo, andare incontro alla Morte per
impazienza e stanchezza. Ammenochè... No, no. io non mi arrenderò
mai, non mi piegherò mai, alla sua invincibilità. Sono
troppo sicura che la Vita sia il metro di tutto, la molla di tutto,
lo scopo di tutto, e odio troppo la Morte. La odio nella misura in
cui odio la solitudine, la sofferenza, il dolore, il vocabolo addio...
Sì, il vocabolo addio. V'è qualcosa di perfido nel vocabolo
addio, qualcosa di sinistro, di irreparabile. Non per nulla lo dice
chi muore, si dice a chi muore. Ecco perchè non voglio udire
l'addio-Ninette che pronunceresti se salissi nella camera con le finestre
aperte sulla Pineta. Ecco perchè ti lascio questa lettera e
non salgo in quella camera. Ecco perchè rinuncio a passare
un'ultima notte con te e con le illusioni, gli equivoci, che l'amore
fisico si porta in grembo.
"L'amore fisico mi piace, te ne sarai accorto. Ma il motivo per
cui mi piace non sta nel brivido con cui ci inebria e ci consegna
all'oblio. Sta nella compagnia che ci regala e con la quale ci rincuora,
nel conforto che proviamo a possedere un corpo da cui si è
attratti: unire il nostro corpo a quel corpo, sentircelo dentro e
addosso. Alcuni sostengono che l'amore fisico non è che un
mezzo per procreare, continuare la specie, ma si sbaglian di grosso.
Se non fosse che questo, gli esseri umani si accoppierebbero soltanto
quando hanno un uovo da fecondare cioè come gli animali. (Ammesso
che gli animali si accoppino veramente per fecondar l'uovo e basta.)
No, l'amore fisico è assai più di un mezzo per continuare
la specie. E' un mezzo per parlare, comunicare , farsi compagnia.
E' un discorso fatto con la pelle anzichè con le parole. E,
finchè dura, niente strappa alla solitudine quanto la sua materialità.
Niente riempie e arricchisce quanto la sua tangibilità. Però
è anche la più potente droga che esista, la più
grossa fabbrica di illusioni e di equivoci che la natura ci abbia
fornito. La droga, appunto, dell'oblio. L'illusione che l'oblio duri
per sempre. L'equivoco di venir amati con l'anima da chi ci ama esclusivamente
col corpo, da chi per egoismo o paura rifiuta le assolutezze dell'amore,
preferisce il falso succedaneo dell'amicizia. Il tuo caso. In che
modo me ne sono accorta?
Caro, eccettuata la notte in cui mi spiegasti che l'universo finirà
con l'autodistruggersi perchè l'entropia è uguale alla
costante di Boltzmann moltiplicata per il logaritmo naturale delle
probabilità di distribuzione,. Con le parole ci siamo detti
assai poco io e te. Col corpo invece ci siamo detti molto, ed io non
ho perso una sillba di ciò che dicevi. Il nostro non è
che un contatto epidermico, dicevi, un esercizio di sesso, un'appagante
ginnastica, un dialogo fra sordomuti. Non mi basta, dicevi, preferisco
l'amicizia. Peccato che tu non abbia udito neanche una sillaba di
ciò che dicevo io. L'amicizia non può rimpiazzare l'amore,
dicevo. L'amicizia è un ripiego effimero, artificioso, e spesso
una menzogna. Non aspettarti mai dall'amicizia i miracoli che l'amore
produce: gli amici non possono sostituire l'amore. Non possono strappare
alla solitudine, riempire il vuoto, offrire quel tipo di compagnia.
Hanno la propria vita, gli amici, i propri amori. Sono un'entità
indipendente, estranea, una presenza transitoria e soprattutto priva
di obblighi. Riescono ad essere amici dei tuoi nemici, gli amici.
Vanno e vengono quando gli pare o gli serve, e si dimenticano facilmente
di te: non te ne sei accorto? Oh, andando promettono montagne. Magari
in buona fede. Conta-su-di-me, rivolgiti-a-me, chiama-me. Però,
se li chiami, nella maggior parte dei casi non li trovi. Se li trovi,
hanno qualche impegno inderogabile e non vengono. Se vengono, al posto
delle montagne ti portano una manciata di ghiaia: gli avanzi, le briciole
di sè stessi. E tu fai la medesima cosa con loro. No, a me
non basta l'amicizia. Io ho bisogno d'amore. Ho bisogno di amare e
d'essere amata con gli obblighi dell'amore, le scomodità dell'amore,
le assolutezze e le tirannie dell'amore: l'amore del corpo e dell'anima.
Ne e ho bisogno come si ha bisogno di mangiare e di bere, dicevo,
ne ho bisogno per sopravvivere. E poi dicevo: amami e lasciati amare,
caro. Non sono un'incantevole statua di carne e nient'altro, non sono
una stupida che apre bocca solo per gorgogliare let-us-make-love.
Sono...
"Chi sono? All'inizio volevi saperlo. Lo volevi con tale forza
che, per saperlo,a Junieh frugasti nella mia borsetta. (Vidi, caro,
vidi) E la notte in cui mi parlasti di Boltzmann ti accontentai. Ti
raccontai chi era mio padre e perchè non posso non voglio non
devo parlare francese. ti rivelai chi era l'uomo che amavo e che mi
amava col corpo e coll'anima. Ti confessai le ragioni per cui nascondo
la mia identità e negli alberghi sostituisco i documenti con
laute mance. Poi mi scoppiò un'atroce emicrania,a toccare certi
argomenti mi scoppia un'atroce emicrania, e troncai il discorso. Non
ricordo se lo troncai con una risata o con un singhiozzo, ma ricordo
che lo troncai rifugiandomi nelle tue braccia e che il gesto ti dette
fastidio. Ti offese. Bè, se tu volessi ancora sapere, lo riprenderei
quel discorso. Ti lascerei addirittura copia delle carte che cercavi
nella mia borsetta. Carte che forniscono il mio vero nome e il mio
cognome, la mia data di nascita, il mio indirizzo, e che in certo
senso riflettono la storia di questa città: passato felice,
presente disperato,, futuro assai incerto. Aggiungerei che nel passato
felice avevo tutto ciò che una donna privilegiata può
desiderare, che nel presente disperato non ho nulla eccetto un'assurda
àncora a croce e le troppe cose che posseggo ma disprezzo.
(Ingratitudine dei ricchi, lo riconosco... So bene che piangere a
stomaco pieno e in una bella cosa è meglio che piangere a stomaco
vuoto e in una stamberga... Però e a costo di suonar banale
ti rammento che essere ricchi non significa essere fortunati. Tantomeno
felici). Ma la tua curiosità per me s'è esaurita, lunedì
sera ne ho avuto la prova definitiva, e questo m'autorizza a riassumere
il mio ritratto in una battuta: io sono Beirut. Sono una sconfitta
che rifiuta di arrendersi, una moribonda che rifiuta di morire, sono
un gallo impazzito che canta alle ore sbagliate, un cane randagio
che abbaia nella notte. Nè me ne vergogno. C'è tanta
infelicità nei chicchirichì di quei galli, c'è
tanta vitalità nei latrati di quei cani, e credi: non abbaiano
solo per sbranarsi, per conquistare il marciapiede colmo di spazzatura.
A volte abbaiano per procurarsi un compagno da amare e da cui essere
amati, e se ci riescono diventano i cani più mansueti del mondo.
Se non ci riescono e si vedono respingere, invece, rientrano nella
loro tana e ci restano. Se non ci restano, è per tornare indietro
un'istante: rivolgere a chi non li ha voluti una scodinzolata di blando
rimprovero. Infatti si rendono ben conto che il bisogno di amare è
un bisogno da lenire in due ma che la sua quantità o qualità
non è quasi mai bilanciata, nei due, da simmetria e sincronismo:
quando è disponibile lui, non è disponibile lei; quando
è disponibile lei, non è disponibile lui... Oppure sono
disponibili insieme però a lenire il bisogno di lui basta una
sorsata, a lenire il bisogno di lei non basta un fiume, e viceversa.
Secondo me l'anatema che Dio scagliò contro Adamo ed Eva cacciandoli
dal paradiso terrestre non fu tu-partorirai-con-dolore, tu-lavorerai-con-sudore.
Fu: quando-lui-ti-vorrà,tu-non-lo-vorrai; quando-lei-ti-vorrà-tu-non-la-vorrai.
"Dulcis in fundo. ti sarai chiesto perchè scelsi te, ospite
ignoto, straniero incontrato a causa di una spinta accidentale, per
lenire il mio bisogno d'amore. E la risposta ti ferirà. No,
caro, non ti scelsi perchè hai grandi occhi azzurri e un bel
viso pensoso e un corpo che attrae: ti scelsi perchè quegli
occhi e quel viso e quel corpo resuscitarono in me gli occhi e il
viso e il corpo di qualcuno che è morto e che ho molto amato.
ti chiederai anche perchè, a dispetto del tuo caparbio respingermi,
invece di riamarlo attraverso di te ho amato te. E la risposta ti
consolerà. Perchè non si può amare un morto in
eterno, la vita lo impedisce anzi lo proibisce, e perchè nella
tua cerebrale freddezza tutto in te è così vivo. E'
viva la tua crisi, sono vive le tue rivolte, le tue disubbidienze.
Sono vivi i tuoi dubbi, i tuoi laceranti sforzi di capire l'incomprensibile,
spiegare l'inspiegabile, è vivo il tuo sforzo di negare l'S=K
ln W che ti ossessiona. Ma allo stesso modo in cui non si può
amare un morto in eterno, non si può amare in eterno chi non
ci ama. E da oggi non ti amo più, non ti voglio più.
Non ti vorrei nemmeno se tu mi amassi, se tu fossi venuto all'appuntamento
per dirmi che hai scoperto di amarmi. Cosa che mi sorprenderebbe,
intendiamoci: il signor Boltzmann ti ha influenzato a tal punto che
per essere veramente amata da te dovrei morire come... Anni fa lessi
un libro che mi infuriò: il romanzo di un uomo non amato che
una notte di maggio muore ucciso su un'autostrada. Muore e, pentita
di non averlo amato, l'intera città corre al suo funerale.
Piangendo dietro la sua bara di cristallo grida: "Vive! Non è
morto, vive! Vive vive vive!" Allora lui sorride uno strano sorriso,
e sai che cosa vuol dire il suo strano sorriso? Vuol dire che per
essere amati a volte di deve morire. No, grazie. Nonostante questo
sterminato bisogno d'amore io non sono disposta a morire per essere
amata da te.
Soltanto se anelassi al sollievo e al riposo che in alcuni casi la
Morte è in grado di offrire potrei imitare il signor Boltzmann,
andarle incontro, consegnarmi a lei. Ma in tal caso sarei pazza. Più
pazza della pazza che a Chatila canta e balla intorno alla fossa comune...
Ti saluto mio bell'Italiano, mio ex compagno di solitudine. Ti volto
le spalle e ti auguro di trovare la formula che cerchi. La formula
della Vita. Esiste, caro, esiste. Io la conosco. E non sta in un termine
matematico, non è una sigla o una ricetta da laboratorio: è
una parola. Una semplice parola che qui si pronuncia ad ogni pretesto.
Non promette nulla, t'avverto. in compenso spiega tutto ed aiuta.
Tua, anzi non più tua, Ninette."
Dallo stesso romanzo è tratto anche il prossimo brano. Buona
lettura!
"La morte di un amore è come la morte d'una persona amata.
Lascia lo stesso strazio, lo stesso vuoto, lo stesso rifuuto di rassegnarti
a quel vuoto. Perfino se l'hai attesa, causata, voluta per autodifesa
o buon senso o bisogno di libertà, quando arriva ti senti invalido,
Mutilato. Ti sembra d'essere rimasto con un'occhio solo, un orecchio
solo, un polmone solo, un braccio solo, una gamba sola, il cervello
dimezzato, e non fai che invocare la metà perduta di te stesso:
colui o colei con cui ti sentivi intero. Nel farlo non ricordi nemmeno
le sue colpe, i tormenti che ti inflisse, le sofferenze che ti impose.
Il rimpianto ti consegna la memoria d'una persona pregevole anzi straordinaria
d'un tesoro unico al mondo nè serve a nulla dirsi che ciò
è un'offesa alla logica: un'insulto all'intelligenza, un masochismo.
(In amore la logica non serve, l'intelligenxa non giova, e il masochismo
raggiunge vette da psichiatria.)" |
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